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La Cisgiordania al limite

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West Bank, Palestine, 2025

Colonie illegali a ritmo record, violenza sistematica e operazioni militari svuotano le comunità palestinesi di fronte alla passività internazionale.

L'aumento degli insediamenti israeliani in Cisgiordania ha raggiunto nel 2025 un livello record, secondo l'ultimo rapporto delle Nazioni Unite. Il dato conferma l'accelerazione di un'annessione territoriale che ha portato il numero di queste colonie da 141 nel 2022 a 210 oggi, un incremento del 49% in tre anni, secondo il gruppo di monitoraggio Peace Now. In totale, si stima che circa 500.000 coloni vivano ormai in Cisgiordania e altri 200.000 a Gerusalemme Est.

Questa espansione accelerata è solo la parte più visibile di una strategia di colonizzazione che l'ONU e le organizzazioni per i diritti umani definiscono crimini di guerra. Il meccanismo è graduale: prima si erigono avamposti provvisori, poi si consolidano con infrastrutture come strade riservate ai coloni e, infine, si adottano decisioni amministrative per legalizzarli a posteriori. Nel 2025, il governo israeliano ha approvato la regolarizzazione di decine di queste enclave.

La decisione più recente risale a domenica 21 dicembre, quando il governo israeliano ha approvato la creazione di 19 insediamenti illegali di coloni nella Cisgiordania occupata, tra cui quattro evacuati nel 2005 in conformità agli accordi di Oslo.

Queste decisioni hanno suscitato la condanna dell'ONU e di diversi governi europei, che ricordano come gli insediamenti violino chiaramente il diritto internazionale umanitario. Ma queste dichiarazioni diplomatiche non fermano i cantieri né restituiscono la terra: le comunità palestinesi vedono le loro terre agricole circondate da edifici e rese inabitabili.

Con questi insediamenti illegali aumenta la violenza dei coloni israeliani contro le comunità palestinesi rurali e beduine. Il 2025 è stato un anno record per incendi di abitazioni e di colture, aggressioni fisiche, blocchi di strade e occupazioni di terre. Questi attacchi, documentati con dati e testimonianze, rivelano uno schema: la violenza è uno strumento per costringere lo sfollamento della popolazione palestinese e facilitare l'espansione territoriale degli insediamenti.

Un rapporto del Consiglio Norvegese per i Rifugiati descrive come intere comunità nella Valle del Giordano e in altre zone della Cisgiordania siano state spinte ad abbandonare le loro case dopo mesi di vessazioni costanti.

Le denunce indicano una connivenza tra coloni armati e forze di sicurezza israeliane: gli attacchi avvengono in presenza di soldati, le denunce portano raramente a buon fine e, in alcuni casi, le operazioni militari arrivano dopo per "assicurare" l'area già svuotata. Il risultato è uno sfollamento silenzioso, senza grandi immagini di espulsioni di massa, ma con un effetto cumulativo devastante sulla mappa demografica palestinese.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le incursioni nelle città e nei campi profughi, con raid notturni, coprifuoco prolungati e l'occupazione temporanea di abitazioni trasformate in posti di comando o centri d'interrogatorio. In località come Qabatiya o Jenin, famiglie palestinesi hanno denunciato che le loro case sono state occupate da soldati per giorni, costringendole a sfollare o a rimanere rinchiuse, mentre per le strade si registravano arresti, la distruzione di infrastrutture e scontri armati.

Human Rights Watch è andato oltre, descrivendo lo "svuotamento" dei campi profughi in Cisgiordania come un crimine contro l'umanità, nel quadro di un'operazione militare che mira a destrutturare completamente la vita comunitaria. Checkpoint rafforzati, strade interrotte e demolizioni lasciano ampi settori della popolazione intrappolati in uno spazio in cui muoversi, studiare o lavorare diventa una sfida quotidiana. Le restrizioni di accesso alle terre agricole e all'acqua colpiscono direttamente la sicurezza alimentare di intere comunità e indeboliscono le economie familiari già precarie. A tutto ciò si sommano casi come la morte di un adolescente palestinese di 16 anni a Tuqu’, ucciso durante un raid, che illustrano come il confine tra "operazione di sicurezza" e punizione collettiva si offuschi nella pratica.

La società palestinese in Cisgiordania dispiega una resistenza organizzata e strategie di sopravvivenza quotidiana. Nei campi profughi e nelle città, i raid notturni, gli arresti senza accuse e la presenza permanente delle forze armate generano un clima di stress cronico. Psicologi e organizzazioni locali segnalano un aumento di traumi, ansia e depressione, soprattutto tra bambini e adolescenti che sono cresciuti in un contesto che normalizza la violenza e l'occupazione. Comitati popolari documentano gli attacchi dei coloni e gli abusi militari con video e testimonianze, mentre organizzazioni contadine cercano di mantenere viva la produzione agricola nelle zone sotto pressione degli insediamenti. Al loro fianco, ONG palestinesi e israeliane lavorano per portare i casi davanti ai tribunali nazionali e agli organismi internazionali, insistendo sulla responsabilità legale delle autorità israeliane.

Organismi dell'ONU, governi europei e organizzazioni per i diritti umani hanno pubblicato rapporti che condannano l'espansione degli insediamenti, la violenza dei coloni e le operazioni militari, sottolineando che tali azioni costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale e crimini di guerra. Tuttavia, le misure pratiche — sanzioni, embarghi sulle armi — restano limitate, creando un divario tra le denunce e l'azione. Questa disconnessione si è resa palpabile a dicembre, quando Israele ha negato l'ingresso a una delegazione di parlamentari e ONG canadesi che voleva osservare la situazione sul terreno, affermando una "minaccia alla sicurezza pubblica". L'incidente riflette l'impunità con cui si agisce e il rischio che si consolidi un'annessione di fatto della Cisgiordania.

Ciò che è in gioco oggi in Cisgiordania riguarda l'orizzonte politico del conflitto. La frammentazione fisica del territorio rende più difficile immaginare uno Stato vitale. In parallelo, la violenza dei coloni e le operazioni militari svuotano le comunità, delineando una pulizia etnica territoriale graduale. Il futuro della Cisgiordania dipenderà dalla capacità della società palestinese di sostenere le sue reti comunitarie e dalla volontà della comunità internazionale di andare oltre la retorica e agire. Per coloro che vi vivono, la domanda è se il loro popolo esisterà ancora quando, finalmente, verrà firmato un accordo.

 

Per saperne di più:

 

Fonte immagine: Mappa interattiva B'tselem, screenshot del 4 gennaio 2025